Ritenzione della placenta o delle membrane, senza emorragia

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Definizione

La ritenzione della placenta o delle membrane è una condizione clinica che si verifica durante il cosiddetto "terzo stadio del travaglio", ovvero la fase che inizia subito dopo l'espulsione del neonato e termina con l'espulsione completa della placenta e dei tessuti annessi (membrane amniocoriali). In condizioni fisiologiche, la placenta si distacca dalla parete uterina e viene espulsa entro 15-30 minuti dal parto. Si parla di ritenzione quando questo processo non avviene entro un arco di tempo prestabilito, solitamente fissato a 30 minuti in caso di gestione attiva del terzo stadio o 60 minuti in caso di gestione fisiologica.

Il codice ICD-11 JB0B si riferisce specificamente ai casi in cui la placenta o parte di essa (comprese le membrane) rimangono all'interno della cavità uterina, ma senza la presenza immediata di una emorragia massiva. Sebbene l'assenza di sanguinamento acuto possa sembrare rassicurante, questa condizione richiede un intervento medico tempestivo per prevenire complicanze gravi a breve e lungo termine, come infezioni sistemiche o emorragie tardive.

Esistono tre tipologie principali di ritenzione placentare:

  1. Placenta aderente (Placenta adherens): L'utero non riesce a contrarsi a sufficienza per staccare la placenta, che rimane attaccata alla parete uterina in modo superficiale.
  2. Placenta intrappolata: La placenta si è staccata correttamente dalla parete uterina, ma rimane bloccata dietro la cervice che ha iniziato a chiudersi o a causa di una contrazione parziale dell'utero.
  3. Placenta accreta/increta/percreta: Una condizione più grave in cui i villi coriali della placenta penetrano profondamente nel miometrio (il muscolo uterino) a causa di un'assenza parziale o totale della decidua basale.
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Cause e Fattori di Rischio

Le cause della ritenzione della placenta o delle membrane senza emorragia sono molteplici e spesso legate a una disfunzione della contrattilità uterina o ad anomalie anatomiche della cavità uterina. La causa primaria è spesso l'atonia uterina localizzata o globale, ovvero l'incapacità del muscolo uterino di contrarsi efficacemente per favorire il distacco placentare.

I principali fattori di rischio includono:

  • Precedenti interventi uterini: Cicatrici derivanti da tagli cesarei, miomectomie o precedenti raschiamenti (D&C) possono alterare la struttura dell'endometrio, favorendo un'adesione anomala della placenta.
  • Parto prematuro: Nelle gravidanze che terminano prima del termine, il meccanismo fisiologico di distacco della placenta potrebbe non essere ancora completamente pronto.
  • Induzione del travaglio o travaglio prolungato: L'uso prolungato di ossitocina sintetica può portare a un esaurimento dei recettori uterini, rendendo l'utero meno responsivo nella fase del secondamento.
  • Età materna avanzata: Le donne sopra i 35 anni presentano statisticamente un rischio maggiore di anomalie del secondamento.
  • Anomalie della forma uterina: Utero bicorne, setti uterini o la presenza di fibromi possono interferire con la normale contrazione e l'espulsione dei tessuti.
  • Gravidanze multiple: L'eccessiva distensione dell'utero può compromettere la sua capacità contrattile post-parto.
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Sintomi e Manifestazioni Cliniche

Nella variante JB0B, il sintomo cardine è l'assenza dell'espulsione della placenta entro i tempi previsti, in assenza di un sanguinamento vaginale copioso. Tuttavia, la paziente può manifestare una serie di segni clinici che indicano la presenza di materiale ritenuto.

Inizialmente, i sintomi possono essere sfumati, ma con il passare delle ore o dei giorni possono comparire:

  • Assenza di espulsione placentare: Il segno clinico primario osservato dal personale sanitario.
  • Dolore addominale persistente o crampi uterini che non diminuiscono dopo il parto.
  • Dolore pelvico localizzato, spesso descritto come un senso di peso o pressione.
  • Febbre o rialzo termico, che può indicare l'inizio di un processo infettivo (endometrite).
  • Brividi associati allo stato febbrile.
  • Secrezioni vaginali maleodoranti (lochi maleodoranti), segno tipico di decomposizione dei tessuti ritenuti o infezione batterica.
  • Lochiazione anomala, ovvero perdite che rimangono di colore rosso vivo per un periodo troppo lungo o che aumentano improvvisamente di volume.
  • Ritardo nella montata lattea: la presenza di frammenti placentari mantiene elevati i livelli di progesterone nel sangue, inibendo la produzione di prolattina e ritardando la produzione di latte.
  • Battito cardiaco accelerato, spesso correlato all'infiammazione o allo stress fisico.
  • Astenia e senso generale di malessere.
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Diagnosi

La diagnosi di ritenzione della placenta o delle membrane è inizialmente clinica. Il medico o l'ostetrica monitorano il tempo trascorso dal parto; se la placenta non viene espulsa entro 30-60 minuti, la diagnosi è confermata.

In caso di sospetta ritenzione di frammenti o membrane (quando la placenta appare incompleta all'ispezione visiva dopo l'espulsione), si procede con i seguenti accertamenti:

  1. Ispezione della placenta: Dopo il secondamento, la placenta viene accuratamente esaminata su un piano rigido per verificare l'integrità dei cotiledoni (i lobi placentari) e delle membrane amniocoriali. Se mancano porzioni di tessuto, si sospetta la ritenzione.
  2. Esame obiettivo: Palpazione dell'addome per valutare il "globo di sicurezza" (la contrazione dell'utero). Un utero che rimane soffice e alto sopra l'ombelico suggerisce la presenza di materiale endouterino.
  3. Ecografia pelvica transaddominale o transvaginale: È lo strumento diagnostico d'eccellenza. Permette di visualizzare masse iperecogene all'interno della cavità uterina, confermando la presenza di residui placentari o membrane.
  4. Esami del sangue: Possono essere richiesti per monitorare i livelli di emoglobina e i marker di infiammazione (come la PCR o i globuli bianchi) se si sospetta un'infezione.
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Trattamento e Terapie

Il trattamento deve essere tempestivo per evitare che la condizione evolva in una emorragia post-partum o in una sepsi.

Le opzioni terapeutiche includono:

  • Gestione farmacologica: Somministrazione di uterotonici (come l'ossitocina, le prostaglandine o l'ergometrina) per stimolare le contrazioni uterine e favorire l'espulsione naturale dei residui.
  • Svuotamento vescicale: Una vescica piena può impedire all'utero di contrarsi efficacemente; l'uso di un catetere può facilitare il processo.
  • Secondamento manuale: Se i farmaci non hanno effetto, il medico esegue una manovra manuale in anestesia (spesso epidurale o spinale). Una mano viene inserita nella cavità uterina per staccare delicatamente la placenta dalla parete e rimuoverla.
  • Revisione della cavità uterina (Raschiamento): In caso di membrane ritenute o piccoli frammenti non estraibili manualmente, si procede con una procedura chirurgica minore (D&C - Dilatazione e Curettage) per pulire completamente l'utero.
  • Terapia antibiotica: Fondamentale se sono presenti segni di infezione o come profilassi dopo manovre manuali invasive, per prevenire l'endometrite.
  • Supporto all'allattamento: Una volta rimosso il tessuto, i livelli ormonali si normalizzano rapidamente, favorendo la montata lattea.
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Prognosi e Decorso

Se trattata correttamente e in tempi brevi, la prognosi per la ritenzione della placenta senza emorragia è eccellente. La maggior parte delle donne si riprende completamente senza conseguenze sulla fertilità futura.

Tuttavia, se la condizione non viene diagnosticata (ad esempio, in caso di piccoli frammenti ritenuti che passano inosservati al parto), possono insorgere complicanze a distanza di giorni o settimane:

  • Emorragia post-partum tardiva: Sanguinamento improvviso e abbondante che può verificarsi fino a 6 settimane dopo il parto.
  • Infezioni pelviche: Che possono, in rari casi, portare a danni alle tube di Falloppio o aderenze intrauterine (Sindrome di Asherman).
  • Anemia secondaria: Dovuta a perdite ematiche persistenti anche se non massive.

Il decorso post-operatorio dopo la rimozione dei residui prevede solitamente un monitoraggio ecografico di controllo e una valutazione della contrazione uterina.

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Prevenzione

Non è sempre possibile prevenire la ritenzione placentare, ma alcune strategie possono ridurne l'incidenza:

  • Gestione attiva del terzo stadio: Questa pratica, raccomandata dall'OMS, prevede la somministrazione profilattica di ossitocina subito dopo la nascita del bambino, la trazione controllata del cordone ombelicale e il massaggio uterino. È stato dimostrato che riduce significativamente il rischio di ritenzione e di emorragia.
  • Monitoraggio attento dei fattori di rischio: Le pazienti con precedenti di placenta accreta o chirurgia uterina devono essere monitorate con particolare attenzione durante il parto.
  • Evitare l'uso eccessivo di ossitocina durante il travaglio: Quando possibile, per non affaticare eccessivamente il miometrio.
  • Ecografia post-partum di routine: In alcuni centri, viene eseguita un'ecografia prima della dimissione per assicurarsi che l'utero sia vuoto, specialmente se l'ispezione della placenta ha lasciato dubbi.
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Quando Consultare un Medico

Dopo la dimissione dall'ospedale, è fondamentale che la neomamma presti attenzione a segnali che potrebbero indicare la presenza di residui placentari non diagnosticati. È necessario contattare immediatamente il medico o recarsi in pronto soccorso se compaiono:

  • Perdite di sangue che aumentano improvvisamente di intensità o che contengono grossi coaguli.
  • Perdite vaginali con cattivo odore.
  • Febbre superiore a 38°C o brividi persistenti.
  • Dolore addominale intenso che non risponde ai comuni analgesici.
  • Sensazione di svenimento, vertigini o tachicardia.
  • Difficoltà persistente nell'avvio dell'allattamento al seno nonostante il supporto professionale.

Un intervento tempestivo in questi casi è cruciale per prevenire l'insorgenza di shock settico o emorragie gravi.

Ritenzione della placenta o delle membrane, senza emorragia

Definizione

La ritenzione della placenta o delle membrane è una condizione clinica che si verifica durante il cosiddetto "terzo stadio del travaglio", ovvero la fase che inizia subito dopo l'espulsione del neonato e termina con l'espulsione completa della placenta e dei tessuti annessi (membrane amniocoriali). In condizioni fisiologiche, la placenta si distacca dalla parete uterina e viene espulsa entro 15-30 minuti dal parto. Si parla di ritenzione quando questo processo non avviene entro un arco di tempo prestabilito, solitamente fissato a 30 minuti in caso di gestione attiva del terzo stadio o 60 minuti in caso di gestione fisiologica.

Il codice ICD-11 JB0B si riferisce specificamente ai casi in cui la placenta o parte di essa (comprese le membrane) rimangono all'interno della cavità uterina, ma senza la presenza immediata di una emorragia massiva. Sebbene l'assenza di sanguinamento acuto possa sembrare rassicurante, questa condizione richiede un intervento medico tempestivo per prevenire complicanze gravi a breve e lungo termine, come infezioni sistemiche o emorragie tardive.

Esistono tre tipologie principali di ritenzione placentare:

  1. Placenta aderente (Placenta adherens): L'utero non riesce a contrarsi a sufficienza per staccare la placenta, che rimane attaccata alla parete uterina in modo superficiale.
  2. Placenta intrappolata: La placenta si è staccata correttamente dalla parete uterina, ma rimane bloccata dietro la cervice che ha iniziato a chiudersi o a causa di una contrazione parziale dell'utero.
  3. Placenta accreta/increta/percreta: Una condizione più grave in cui i villi coriali della placenta penetrano profondamente nel miometrio (il muscolo uterino) a causa di un'assenza parziale o totale della decidua basale.

Cause e Fattori di Rischio

Le cause della ritenzione della placenta o delle membrane senza emorragia sono molteplici e spesso legate a una disfunzione della contrattilità uterina o ad anomalie anatomiche della cavità uterina. La causa primaria è spesso l'atonia uterina localizzata o globale, ovvero l'incapacità del muscolo uterino di contrarsi efficacemente per favorire il distacco placentare.

I principali fattori di rischio includono:

  • Precedenti interventi uterini: Cicatrici derivanti da tagli cesarei, miomectomie o precedenti raschiamenti (D&C) possono alterare la struttura dell'endometrio, favorendo un'adesione anomala della placenta.
  • Parto prematuro: Nelle gravidanze che terminano prima del termine, il meccanismo fisiologico di distacco della placenta potrebbe non essere ancora completamente pronto.
  • Induzione del travaglio o travaglio prolungato: L'uso prolungato di ossitocina sintetica può portare a un esaurimento dei recettori uterini, rendendo l'utero meno responsivo nella fase del secondamento.
  • Età materna avanzata: Le donne sopra i 35 anni presentano statisticamente un rischio maggiore di anomalie del secondamento.
  • Anomalie della forma uterina: Utero bicorne, setti uterini o la presenza di fibromi possono interferire con la normale contrazione e l'espulsione dei tessuti.
  • Gravidanze multiple: L'eccessiva distensione dell'utero può compromettere la sua capacità contrattile post-parto.

Sintomi e Manifestazioni Cliniche

Nella variante JB0B, il sintomo cardine è l'assenza dell'espulsione della placenta entro i tempi previsti, in assenza di un sanguinamento vaginale copioso. Tuttavia, la paziente può manifestare una serie di segni clinici che indicano la presenza di materiale ritenuto.

Inizialmente, i sintomi possono essere sfumati, ma con il passare delle ore o dei giorni possono comparire:

  • Assenza di espulsione placentare: Il segno clinico primario osservato dal personale sanitario.
  • Dolore addominale persistente o crampi uterini che non diminuiscono dopo il parto.
  • Dolore pelvico localizzato, spesso descritto come un senso di peso o pressione.
  • Febbre o rialzo termico, che può indicare l'inizio di un processo infettivo (endometrite).
  • Brividi associati allo stato febbrile.
  • Secrezioni vaginali maleodoranti (lochi maleodoranti), segno tipico di decomposizione dei tessuti ritenuti o infezione batterica.
  • Lochiazione anomala, ovvero perdite che rimangono di colore rosso vivo per un periodo troppo lungo o che aumentano improvvisamente di volume.
  • Ritardo nella montata lattea: la presenza di frammenti placentari mantiene elevati i livelli di progesterone nel sangue, inibendo la produzione di prolattina e ritardando la produzione di latte.
  • Battito cardiaco accelerato, spesso correlato all'infiammazione o allo stress fisico.
  • Astenia e senso generale di malessere.

Diagnosi

La diagnosi di ritenzione della placenta o delle membrane è inizialmente clinica. Il medico o l'ostetrica monitorano il tempo trascorso dal parto; se la placenta non viene espulsa entro 30-60 minuti, la diagnosi è confermata.

In caso di sospetta ritenzione di frammenti o membrane (quando la placenta appare incompleta all'ispezione visiva dopo l'espulsione), si procede con i seguenti accertamenti:

  1. Ispezione della placenta: Dopo il secondamento, la placenta viene accuratamente esaminata su un piano rigido per verificare l'integrità dei cotiledoni (i lobi placentari) e delle membrane amniocoriali. Se mancano porzioni di tessuto, si sospetta la ritenzione.
  2. Esame obiettivo: Palpazione dell'addome per valutare il "globo di sicurezza" (la contrazione dell'utero). Un utero che rimane soffice e alto sopra l'ombelico suggerisce la presenza di materiale endouterino.
  3. Ecografia pelvica transaddominale o transvaginale: È lo strumento diagnostico d'eccellenza. Permette di visualizzare masse iperecogene all'interno della cavità uterina, confermando la presenza di residui placentari o membrane.
  4. Esami del sangue: Possono essere richiesti per monitorare i livelli di emoglobina e i marker di infiammazione (come la PCR o i globuli bianchi) se si sospetta un'infezione.

Trattamento e Terapie

Il trattamento deve essere tempestivo per evitare che la condizione evolva in una emorragia post-partum o in una sepsi.

Le opzioni terapeutiche includono:

  • Gestione farmacologica: Somministrazione di uterotonici (come l'ossitocina, le prostaglandine o l'ergometrina) per stimolare le contrazioni uterine e favorire l'espulsione naturale dei residui.
  • Svuotamento vescicale: Una vescica piena può impedire all'utero di contrarsi efficacemente; l'uso di un catetere può facilitare il processo.
  • Secondamento manuale: Se i farmaci non hanno effetto, il medico esegue una manovra manuale in anestesia (spesso epidurale o spinale). Una mano viene inserita nella cavità uterina per staccare delicatamente la placenta dalla parete e rimuoverla.
  • Revisione della cavità uterina (Raschiamento): In caso di membrane ritenute o piccoli frammenti non estraibili manualmente, si procede con una procedura chirurgica minore (D&C - Dilatazione e Curettage) per pulire completamente l'utero.
  • Terapia antibiotica: Fondamentale se sono presenti segni di infezione o come profilassi dopo manovre manuali invasive, per prevenire l'endometrite.
  • Supporto all'allattamento: Una volta rimosso il tessuto, i livelli ormonali si normalizzano rapidamente, favorendo la montata lattea.

Prognosi e Decorso

Se trattata correttamente e in tempi brevi, la prognosi per la ritenzione della placenta senza emorragia è eccellente. La maggior parte delle donne si riprende completamente senza conseguenze sulla fertilità futura.

Tuttavia, se la condizione non viene diagnosticata (ad esempio, in caso di piccoli frammenti ritenuti che passano inosservati al parto), possono insorgere complicanze a distanza di giorni o settimane:

  • Emorragia post-partum tardiva: Sanguinamento improvviso e abbondante che può verificarsi fino a 6 settimane dopo il parto.
  • Infezioni pelviche: Che possono, in rari casi, portare a danni alle tube di Falloppio o aderenze intrauterine (Sindrome di Asherman).
  • Anemia secondaria: Dovuta a perdite ematiche persistenti anche se non massive.

Il decorso post-operatorio dopo la rimozione dei residui prevede solitamente un monitoraggio ecografico di controllo e una valutazione della contrazione uterina.

Prevenzione

Non è sempre possibile prevenire la ritenzione placentare, ma alcune strategie possono ridurne l'incidenza:

  • Gestione attiva del terzo stadio: Questa pratica, raccomandata dall'OMS, prevede la somministrazione profilattica di ossitocina subito dopo la nascita del bambino, la trazione controllata del cordone ombelicale e il massaggio uterino. È stato dimostrato che riduce significativamente il rischio di ritenzione e di emorragia.
  • Monitoraggio attento dei fattori di rischio: Le pazienti con precedenti di placenta accreta o chirurgia uterina devono essere monitorate con particolare attenzione durante il parto.
  • Evitare l'uso eccessivo di ossitocina durante il travaglio: Quando possibile, per non affaticare eccessivamente il miometrio.
  • Ecografia post-partum di routine: In alcuni centri, viene eseguita un'ecografia prima della dimissione per assicurarsi che l'utero sia vuoto, specialmente se l'ispezione della placenta ha lasciato dubbi.

Quando Consultare un Medico

Dopo la dimissione dall'ospedale, è fondamentale che la neomamma presti attenzione a segnali che potrebbero indicare la presenza di residui placentari non diagnosticati. È necessario contattare immediatamente il medico o recarsi in pronto soccorso se compaiono:

  • Perdite di sangue che aumentano improvvisamente di intensità o che contengono grossi coaguli.
  • Perdite vaginali con cattivo odore.
  • Febbre superiore a 38°C o brividi persistenti.
  • Dolore addominale intenso che non risponde ai comuni analgesici.
  • Sensazione di svenimento, vertigini o tachicardia.
  • Difficoltà persistente nell'avvio dell'allattamento al seno nonostante il supporto professionale.

Un intervento tempestivo in questi casi è cruciale per prevenire l'insorgenza di shock settico o emorragie gravi.

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